Esiste un filo sottile, talvolta invisibile, che lega la fisicità del movimento alla semantica della parola. È in questo spazio liminale che si incontrano due voci distanti nel tempo e nello spazio, ma unite dalla stessa fascinazione per il corpo che si trasforma e per il linguaggio che tenta, talvolta invano, di descriverlo. Da una parte troviamo il gigante del Novecento italiano, Eugenio Montale, e la sua dedica a un’icona della danza; dall’altra, la riflessione contemporanea di Ada Limón sulla natura selvaggia delle parole.
L’omaggio alla “Danzatrice Stanca”
Correva l’anno 1969 quando Eugenio Montale posò il suo sguardo, solitamente disincantato, su una delle figure più eteree della cultura italiana: Carla Fracci. La celebre étoile si trovava in un momento di pausa forzata, lontana dalle scene a causa della gravidanza. È in questo contesto di attesa e sospensione che nasce La Danzatrice Stanca, una poesia in versi liberi poi confluita nella raccolta Diario del ’71 e del ’72.
Montale non celebra la ballerina nel pieno della sua performance, ma osserva la donna nel momento della “rifioritura”. Con una delicatezza rara, il poeta descrive una rosa che torna a vigore dopo un languore precedente, sfidando la logica delle stagioni che spesso si accavallano in modo amorfo. Non si tratta di un ritratto idealizzato, ma profondamente umano: si parla di una convalescente, di una guancia che riacquista colore e di uno sguardo che si riaccende.
Il poeta si sofferma su dettagli prosaici che diventano lirici: i piedi sulla bilancia, strumento necessario per misurare quei “pochi milligrammi” che i turni stagionali non sono riusciti a sottrarre al corpo della danzatrice. È qui che avviene la magia della promessa: Montale profetizza il momento in cui la Fracci potrà “rimettere le ali”, non più come una nuvola celeste e impalpabile, ma come una creatura terrestre. Il ritorno alla danza è visto come una reincarnazione che desta meraviglia, un atto vitale che si contrappone ai “nivei défilés di morte”, quelle sfilate bianche e spettrali tipiche dei balletti classici, restituendo invece la concretezza della vita.
Quando la lingua mette le piume
Se Montale osserva il volo dal punto di vista di chi guarda una musa, la poetessa americana Ada Limón, nel suo componimento Literary Theory (Teoria Letteraria), sposta l’attenzione sull’anatomia stessa del linguaggio, cercando il volo all’interno delle parole.
Limón parte da un’osservazione linguistica quasi chirurgica, impossibile da rendere perfettamente in traduzione senza spiegarne il meccanismo: nota come la parola inglese “allow” (permettere) sia contenuta interamente nella parola “swallow”. Quest’ultimo termine, tuttavia, è un contenitore di significati duplici e distanti. Da un lato indica l’atto fisico di deglutire, il prendere dentro attraverso la bocca; dall’altro designa la rondine, il comune cacciatore di moscerini che probabilmente, mentre leggiamo, sfreccia da qualche parte sopra le nostre teste.
L’istinto oltre la definizione
La riflessione si sposta poi su un piano esistenziale. Un tempo, confessa l’autrice, vi era l’illusione che possedere tutto il vocabolario garantisse la capacità di dire la cosa giusta nel modo giusto. La realtà, tuttavia, si è rivelata diversa: il linguaggio spesso diventa “brutale”, uno strumento contundente piuttosto che di precisione.
In questo scenario, le definizioni che tengono insieme la vita quotidiana a volte crollano, lasciando spazio all’istinto. Ci sono giorni in cui la logica grammaticale non basta e l’autrice, leggendo quella parola ambivalente — rondine/deglutire — sente emergere la sua vera natura. Non è più una questione di sintassi, ma di identità: “sbatti le palpebre due volte per l’uccello, una volta per la tenera annientazione”. Alla fine, sia per la Fracci che ritorna terrestre per spiccare il volo, sia per la voce narrante della Limón, il risultato è lo stesso: quando la parola giusta viene trovata, o quando il corpo ritrova il suo equilibrio, tutte le piume si mostrano, pronte a spiegarsi.