Ci sono storie che per ritrovare la propria voce hanno bisogno di essere reinventate da capo, e altre che, nel tentativo di farsi contemporanee, finiscono per smarrire la propria scintilla. È un equilibrio precario, quasi da funamboli, quello tra la fedeltà a un’epoca e la necessità di parlare al presente. Lo sa bene chi frequenta i teatri alla ricerca di quell’istante in cui la finzione si trasforma in carne e ossa, superando la barriera del tempo.

Questa scommessa si respira chiaramente dietro le quinte del Teatro alla Scala, dove il Corpo di Ballo diretto da Frédéric Olivieri affronta un debutto significativo: l’ingresso in repertorio di Paquita. Questa produzione non è solo un nuovo tassello nel programma, ma un vero e proprio passaggio di consegne spirituale. Al centro dell’operazione c’è lo sguardo di Pierre Lacotte, il coreografo recentemente scomparso che ha dedicato la vita a ridare fiato ai capolavori perduti del Romanticismo.

La vicenda ci porta in una Spagna ottocentesca, pittoresca e segnata dall’occupazione napoleonica, dove l’amore tormentato tra l’ufficiale francese Lucien d’Hervilly e la zingara Paquita si dipana tra peripezie e colpi di scena fino all’inevitabile matrimonio. Ma non è la trama in sé a colpire. Il lavoro di Lacotte scardina il cliché del ballet blanc, quel mondo etereo e astratto fatto di tutù bianchi e creature fatate, per rimettere al centro una protagonista reale, una donna vera. C’è un’articolazione coreografica complessa, un virtuosismo che non è mai fine a se stesso, ma una vetrina di grande danza e lirismo.

Lo stesso Lacotte spiegava che i passi, da soli, non bastano mica. Un balletto del passato è un organismo fragile: i documenti e le partiture ritrovate sono solo uno scheletro. Il compito più delicato, una questione di pura sensibilità e cultura, sta nel ritrovare il colore, il tempo, l’accento originario. C’è chi fa l’archeologo e lascia i reperti così come li ha dissotterrati, e chi sceglie di infondere nuova vita a ciò che era sepolto. La versione della Scala è esattamente questo: una resurrezione teatrale.

Se da un lato la danza classica riesce a trovare questa linfa vitale, il teatro musicale contemporaneo a volte inciampa nello stesso percorso, dimostrando che l’operazione contraria — prendere un film di culto e trasformarlo in musical — può rivelarsi una trappola.

È il caso di A Walk on the Moon, l’adattamento teatrale della pellicola indie del 1999 che ha appena aperto i battenti Off-Broadway. La storia è quella, intima e agrodolce, dell’infedeltà estiva di Pearl, una casalinga ebrea intrappolata nella sua routine, e Walker, un venditore ambulante di camicie dall’aria ribelle. Sullo sfondo, l’estate cruciale del 1969: lo sbarco sulla Luna e il festival di Woodstock che incombe a pochi chilometri di distanza.

La pellicola originale funzionava perché, pur nella sua apparente semplicità, riusciva a tratteggiare con calore e ironia un microcosmo preciso e ormai svanito, quello dei bungalow per la classe operaia ebrea di New York sulle montagne dei Catskills. Il musical tenta di fare lo stesso, e non potrebbe essere altrimenti, visto che il libretto è firmato da Pamela Gray, già sceneggiatrice del film, che ha mantenuto intatte scene e persino intere battute del testo originale.

L’impatto sul palcoscenico, però, risulta a tratti datato, spento. Non è colpa del cast, che anzi difende lo spettacolo con i denti. Talia Suskauer è una Pearl in cui ci si immedesima facilmente, e Max Chernin riesce a rendere amabile il marito Marty, nonostante la sua natura un po’ quadrata. Persino il rivale, il venditore Walker interpretato da Sam Gravitte, ha quel fascino da rubacuori che rende la sbandata di Pearl più che comprensibile. E una menzione speciale la merita Andréa Burns, che si cala perfettamente nei panni della saggia e arguta nonna Lillian, così come Sophie Pollono nel ruolo della figlia adolescente Alison, anche lei alle prese con i primi turbamenti sentimentali insieme al goffo ma irresistibile Ross di Oscar Williams.

Il vero nodo della questione, il motivo per cui l’ingranaggio non gira come dovrebbe, sta nella partitura firmata da AnnMarie Milazzo. Certo, il lavoro è professionale — Milazzo ha un mestiere solido, già visto in produzioni come Joy: A New True Musical — e alcuni brani sono indubbiamente intensi, come We Made You, il duetto tra Marty e la figlia. Eppure, nell’insieme la musica manca di quella memoria emotiva necessaria a giustificare il passaggio dallo schermo alla scena.

Mentre Lacotte ha saputo riempire i vuoti della storia con il colore della sua sensibilità, A Walk on the Moon si arena proprio lì dove la musica avrebbe dovuto fare la differenza, lasciando lo spettatore con la sensazione di un’occasione mancata, sospesa a metà tra la nostalgia e l’omologazione.