Sono bastati quattro Gran Premi per sgretolare le certezze che avevamo faticosamente accumulato alla fine dello scorso anno. Guardando le classifiche dopo il caotico fine settimana di Miami, fa un certo effetto vedere quanto le carte in tavola si siano già rimescolate. La Mercedes è tornata a fare la voce grossa, spodestando la McLaren dal trono in una classifica costruttori che oggi parla un’altra lingua. Centottanta punti in cascina e un filotto di vittorie che spaventa: prima la zampata di George Russell in Australia, poi l’esplosione definitiva di Kimi Antonelli. Tre trionfi di fila per il ragazzino, che si ritrova a essere il leader iridato più giovane nella storia di questo sport. Le Frecce d’Argento vantano già un margine di 70 lunghezze sulla Ferrari, mentre la McLaren, scivolata al terzo posto a quota 94 punti, per il momento sembra la lontana parente della corazzata che aveva ammazzato il campionato 2025 con sei gare d’anticipo. Non è stato un inizio facile per gli uomini in papaya, anche se le fiammate di Piastri a Suzuka e la vittoria di Norris nella Sprint in Florida dimostrano che il potenziale per rialzare la testa c’è tutto.
A Maranello, nel frattempo, si respira un’aria a dir poco agrodolce. Da un lato la classifica sorride: il Cavallino è risalito in seconda posizione dopo il deludente quarto posto del 2025, il punto più basso dal 2020. Sacrificare lo sviluppo della passata stagione per concentrarsi sul nuovo ciclo tecnico sembrava aver pagato, almeno stando ai podi incassati nelle primissime uscite. Poi, però, è arrivata la batosta di Miami. Fred Vasseur non ha usato giri di parole per definire la domenica in Florida una gara “mega tosta”, culminata con la penalità che ha retrocesso Charles Leclerc dal sesto all’ottavo posto. Con la McLaren in evidente ripresa e un Max Verstappen tornato a mordere l’asfalto, difendere quella seconda piazza per la Rossa sarà una bella gatta da pelare. Ma il vero elefante nella stanza, a Maranello, fa molto più rumore dei distacchi in pista.
Il passaggio di Lewis Hamilton in Ferrari doveva rappresentare il capitolo conclusivo e trionfale di una carriera irripetibile. L’inizio del 2026, invece, si sta rivelando una discesa nella frustrazione. A 41 anni, l’inglese si ritrova per le mani una monoposto che difetta cronicamente di passo e costanza. Hamilton è ancora a secco di vittorie dal suo arrivo in rosso, e il fatto che Leclerc sembri molto più a suo agio nell’estrarre prestazione da una macchina scorbutica non fa che gettare benzina sul fuoco delle speculazioni. Inevitabile che nel paddock inizino a rincorrersi voci su un addio anticipato, con l’agognato ottavo titolo mondiale che sfuma sempre di più all’orizzonte.
Diversi addetti ai lavori non nascondono più i propri dubbi. Ralf Schumacher, con la sua solita schiettezza, ha messo il dito nella piaga: Hamilton è ancora capace di tirare fuori il giro magico dal cilindro, ma pensare che possa battere un Leclerc in stato di grazia sulla distanza di un’intera e logorante stagione potrebbe non essere più realistico. Aggiungiamoci che la Ferrari, prima o poi, dovrà inevitabilmente guardare al futuro, magari blindando talenti in rampa di lancio come Oliver Bearman, e il quadro si fa ancora più intricato.
La questione è puramente motivazionale. Il matrimonio con il Cavallino Rampante si reggeva quasi esclusivamente sull’ossessione per quel record assoluto di campionati vinti. Se il britannico dovesse convincersi che a Maranello mancano i mezzi per lottare per il vertice da qui alla fine del suo contratto, la prospettiva cambia radicalmente. Per un pilota che ha passato la vita a cannibalizzare vittorie, trovare la cattiveria agonistica per strappare un podio occasionale è un esercizio complesso. Si tratta di un equilibrio sottilissimo: provare ad allungare la propria parabola sportiva o ritirarsi per proteggere un’eredità intoccabile, evitando che gli ultimi anni di carriera vengano ricordati come una lenta agonia nelle retrovie.
Eppure, chi lo dà per rassegnato probabilmente non ha capito di che pasta è fatto. Hamilton continua a respingere al mittente ogni illazione sul suo imminente ritiro, ribadendo un amore viscerale per le corse che non si è ancora spento. A chi invoca il suo passo d’addio, ha risposto col veleno di chi sa quanto pesa il proprio palmarès: i critici non possono capire la sua situazione, semplicemente perché nessuno ha mai ottenuto i suoi successi in Formula 1. Continua a credere nel progetto, continua a inseguire traguardi dentro e fuori dall’abitacolo. E c’è un’altra spinta fortissima che lo tiene ancorato al volante: il possibile ritorno in calendario di un Gran Premio in Africa. È una battaglia che porta avanti da anni con ostinazione, un sogno che da solo sembra valere lo sforzo di rimettersi il casco ogni domenica, sfidando un cronometro che per ora, implacabile, parla un’altra lingua.